lunedì 18 maggio 2009

Equatore di Miguel Sousa Tavares

Equatore


Equatore


 


di Miguel Sousa Tavares


Cavallo di ferro, Roma, 2005


 


 


È nelle isole di São Tomé e Príncipe che si ambienta il romanzo di Miguel Sousa Tavares, Equatore, edito in Italia da Cavallo di Ferro nel 2005 e vincitore del Premio Grinzane Cavour 2006. Miguel Sousa Tavares è nato a Porto. Dapprima avvocato, poi giornalista e scrittore.


 


 


 


Il Portogallo e la questione della schiavitùsao_tome


La perdita del Brasile come colonia nel 1822 modifica in modo drastico la geografia dell’impero coloniale portoghese. In Africa restano solo le colonie in Angola, Mozambico, Guinea Bissau, Capo Verde, S. Tomé e Principe mentre sono Inghilterra e Francia a dominare il resto del continente nero.


 


I portoghesi - abituati per tradizione a forme di dipendenza economica dalle colonie - tentano di sfruttare i pochi vantaggi offerti dalle regioni in loro possesso:implementano le produzioni agricole locali, da rivendere come prodotti esotici sui mercati europei, e puntano con forza sul lavoro schiavile nonostante il Congresso di Vienna, nel 1814, avesse dichiarato l’abolizione della tratta degli schiavi.


È così che l’Inghilterra inizia a usare forme di pressione morale e materiale contro i portoghesi: una sorta di ingerenza umanitaria, sostenuta sulla scorta dei diritti violati dei neri africani, ma spinta in realtà dall’esigenza di assoggettare definitivamente una potenza minore.


Anche a São Tomé e Príncipe la presenza portoghese agli inizi del novecento è sotto accusa: le isole, disabitate prima dell’arrivo dei portoghesi nel 1469, erano state un punto di appoggio ideale per la tratta degli schiavi dall’Africa verso le Americhe ma nel diciannovesimo secolo si scoprì che il loro terreno vulcanico rendeva il terreno particolarmente fertile ed indicato per la coltivazione della canna da zucchero, caffè e cacao. Per coltivare i terreni i portoghesi cominciarono a procurarsi la manodopera in particolar modo tra la popolazione angolana e non potendoli definire schiavi (nel 1876 avevano abolito loro stessi la schiavitù) istituirono il regime di “lavoro forzato retribuito”.


tavares …. il romanzo….   nel 1905, Re Don Carlos nomina un nuovo governatore per le isole di São Tomé e Príncipe, Luis Bernardo Valença, con il compito di dimostrare l’assenza di pratiche schiaviste sull’isola. Le condizioni di lavoro sono terribili, tra il calore e l’umidità delle piantagioni ma si può parlare di schiavitù? I lavoratori hanno dei regolari contratti di lavoro ma sono veramente liberi? Sono domande che improvvisamente acquistano per il nuovo governatore e per i proprietari delle roças (piantagioni) una valenza fondamentale. Se il console britannico inviato sul loco a distanza di un mese dal nuovo governatore portoghese, riterrà che la schiavitù esiste, la società britannica Cadbury cesserà di importare cacao da São Tomé e l’economia, di seguito, crollerà.


Ma Luís Bernardo Valença è un uomo moderno e crede di avere le giuste capacità per convincere i proprietari delle roças a non trattare i propri lavoratori negri come schiavi. Si ritiene altresì in grado di convincere il console inglese, inviato appositamente sulle isole, che non esiste schiavitù e che sarebbe cosa ingiusta applicare l’embargo alle importazioni.  Lascia Lisbona, gli amici e i club;  vende la società di trasporto marittimo e decide di trascorrere a São Tomé e Príncipe tre anni della sua vita.


Tavares dimostra una abilità superba non solo nel dare tessuto alla passione del governatore con la moglie del console inglese, strizzando l’occhio ai romanzi classici del novecento inglese, ma anche e soprattutto nel contrapporre i due sistemi di valori (schiavismo e non schiavismo) e nell’offrire una valida ricostruzione storica del periodo, cifre reali alla mano.


Non nascondo che il finale è a sorpresa…


Agata Santamaria


Ascolta   http://www.radioalt.it/radioalt/news.asp?id=588


Guarda (in Portogallo è stato realizzato un serial televisivo ispirato al romanzo, di grande successo)  http://www.youtube.com/watch?v=kObnwyE7op4


 

domenica 22 febbraio 2009

Fiume di Fiori di Miguel Sousa Tavares

Fiume di fioriFiume di Fiori

di Miguel Sousa Tavares

Cavallo di Ferro, Roma 2008

 


Cavallo di Ferro è una coraggiosa casa editrice romana che pubblica libri di autori non conosciuti prestando particolare attenzione alla letteratura spagnola e portoghese. Nasce infatti dall’omonima casa editrice con sede a Lisbona (Cavalo de ferro). Ho scoperto così Romana Petri (Ovunque io sia) e il portoghese Miguel Sousa Tavares. Nato a Porto, dopo la laurea in giurisprudenza, lavora come giornalista. Ha debuttato come romanziere con “Equatore”, un successo sorprendente in Portogallo. Ha fatto seguito “Fiume di Fiori” (Rio das flores).

Il romanzo potrebbe sembrare una telenovela ma diventa interessantissimo grazie al meticoloso lavoro di ricerca storica dell’autore. Attraverso il racconto delle tre generazioni della famiglia Ribeira Flores, si legge la storia del Portogallo, dell’Europa e del Brasile, dal 1915, anno dell’instaurazione della prima repubblica portoghese, al 1945, fine della seconda guerra mondiale. È una critica spietata a tutto ciò che offende la libertà sia personale, sentimentale e morale, sia politica e sociale.
Figli di un monarchico, proprietario terriero dell’Alentejo, Diogo e Pedro sono profondamente diversi: il primo intellettuale e profondamente contrario a ogni forma di totalitarismo, cerca il cambiamento ed in suo nome decide di lasciare la moglie, le terre, il Portogallo torturato dalla dittatura di Salazar. Si costruisce una nuova vita in Brasile dove crea un’altra famiglia con una donna mulatta. Pedro, invece, è conservatore, decide di intervenire nella guerra Civile Spagnola affianco ai franchisti e, al suo ritorno, difende la sua posizione di latifondista.

Lo sapevate che:
Salazar, che professava la sua neutralità nei confronti del regime nazista, dava ai tedeschi totale libertà di eseguire servizi di spionaggio a Lisbona; li riforniva di tungsteno, estratto dalle miniere portoghesi ed essenziale per la fabbricazione di armi per la Wehrmacht. Solo dopo anni di insistenze da parte degli inglesi, e a seguito di un vero e proprio ultimatum da parte di Churchill, concesse nel 1943 il permesso di installare una base aerea militare nelle isole Azzorre, affinché americani e inglesi potessero rendere più efficaci i combattimenti aerei contro i sottomarini tedeschi nel Nord Atlantico.
Agata Santamaria


giovedì 12 febbraio 2009

L'uomo duplicato di José Saramago

LL’uomo duplicato     di José Saramago,   Einaudi, 2003


Traduzione, R. Desti


Un uomo,  inseguendo il proprio doppio,  ci fa scoprire la paura dell'identico


Le virgole sono le vere protagoniste del romanzo di José Saramago, periodi lunghissimi nei quali si perde di vista il soggetto e il predicato verbale, chi parla, chi ascolta, chi assiste e chi è assente nell’azione del momento, una folla di emozione e ragione che confonde il lettore. Questa confusione lessicale è in realtà strettamente funzionale al tema del romanzo: Tertuliano Maximo Afonso, insegnante di storia, scopre di non essere solo ma di avere “un altro se stesso” in giro per la sua stessa città. Ma la curiosità dello stile letterario non si ferma qui, ci sono due figure raramente adoperate nella scrittura: quella del narratore che esprime dei giudizi sui fatti e sui sentimenti e arriva persino a condizionare le decisioni dei personaggi; quella del “senso comune” che in alcune evoluzioni della storia parla direttamente con Tertuliano Maximo Afonso indicando soluzioni “scontate”, “comuni” alle paradossali vicende del romanzo.


Ma la storia ha solo del paradossale, tutto quello che accade è geniale, imprevedibile e non per questo, reale.


Tertuliano Máximo Afonso vive solo, un matrimonio fallito alle spalle di cui non ricorda quasi nulla, una madre che sta lontana, una relazione che, forse, vorrebbe interrompere, generalmente depresso. Un giorno il collega di matematica gli consiglia di vedere la videocassetta di un film, una commedia leggera senza molte pretese. Tertuliano, tornato a casa, accende il videoregistratore e guarda la cassetta, e scopre che uno degli attori, un personaggio secondario, gli assomiglia in modo impressionante: forse piú giovane, e con i baffi che lui ora non ha piú, ma incredibilmente uguale, un gemello, quasi un doppio, un duplicato di se stesso. Perché quel film? Chi è l’attore uguale a lui? Come si chiamerà? Chissà in quali altri film ha recitato? Inizia cosí una ricerca via via sempre piú inquietante in cui il misterioso e l'onirico si alternano. Le identità esteriori (l’aspetto fisico) ossessiona Tertuliano Maximo Afonso e Antonio Claro mentre, la palese differenza cultuale, sentimentale e umana non sembra avere alcun valore (condanna alla società dell’apparenza? Ai temi della clonazione?).


 


Su web


http://www.railibro.rai.it/articoli.asp?id=14


http://www.vialattea.net/odifreddi/saramago.htm


 


 


José Saramago, scrittore portogheseJosé Saramago, nato ad Azinhaga nel 1922, narratore, poeta e drammaturgo portoghese, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Presso Einaudi ha pubblicato L'anno della morte di Ricardo Reis, La zattera di pietra, Storia dell'assedio di Lisbona, Viaggio in Portogallo, Cecità, Oggetto quasi, Tutti i nomi, Il racconto dell'isola sconosciuta, La caverna, Il Vangelo secondo Gesù Cristo, Manuale di pittura e calligrafia, L'uomo duplicato, Saggio sulla lucidità, Poesie, Teatro, Don Giovanni o il dissoluto assolto, Le intermittenze della morte, Una terra chiamata Alentejo, Di questo mondo e degli altri e Le piccole memorie.



«L'uomo piú saggio che io abbia conosciuto non sapeva né leggere né scrivere. Alle quattro di mattina, quando la promessa di un nuovo giorno stava ancora in terra di Francia, si alzava dal pagliericcio e usciva nei campi, portando al pascolo la mezza dozzina di scrofe della cui fertilità si nutrivano lui e sua moglie, i miei nonni materni. [...] Talvolta, nelle calde notti d'estate, dopo cena, mio nonno mi diceva: "José, stanotte dormiamo tutti e due sotto il fico" [...]. In piena pace notturna, tra gli alti rami dell'albero, mi appariva una stella, e poi, lentamente, si nascondeva dietro una foglia, e, guardando da un'altra parte, come un fiume che scorre in silenzio nel cielo concavo, sorgeva il chiarore opalescente della Via Lattea. E mentre il sonno tardava ad arrivare, la notte si popolava delle storie e dei casi che mio nonno raccontava: leggende, apparizioni, spaventi, episodi singolari, morti antiche, zuffe di bastoni e pietre, parole di antenati, un instancabile brusio di memorie che mi teneva sveglio e al contempo mi cullava. Non ho mai potuto sapere se lui taceva quando si accorgeva che mi ero addormentato, o se continuava a parlare per non lasciare a metà la risposta alla domanda che gli facevo nelle pause piú lunghe che lui volontariamente metteva nel racconto: "E poi ?"
[...] Molti anni piú tardi, scrivendo per la prima volta di mio nonno Jeronimo e di mia nonna Josefa, mi accorsi che stavo trasformando le persone comuni che erano state in personaggi letterari, e che questo era probabilmente il modo per non dimenticarli, disegnando e ridisegnando i loro volti con un lapis cangiante di ricordi [...]. Nel dipingere i miei genitori e i miei nonni con i colori della letteratura, trasformandoli da semplici persone in carne e ossa in personaggi di nuovo e in modi diversi costruttori della mia vita, senza accorgermene stavo tracciando il percorso attraverso il quale i personaggi che avrei inventato, gli altri, quelli veramente letterari, avrebbero fabbricato e mi avrebbero portato i materiali e gli arnesi che, finalmente, nel buono e nel meno buono, nel sufficiente e nell'insufficiente, nel guadagnato e nel perduto, in quello che è difetto, ma anche in quello che è eccesso, avrebbero finito per fare di me la persona in cui oggi ancora mi riconosco: creatore di quei personaggi, ma al tempo stesso loro creatura».


José Saramago. Dalla lettura per il Premio Nobel, 7 dicembre


 


Agata Santamaria
 

lunedì 9 febbraio 2009

 

Obrigada Lisboa


 


Per tutto… per averti finalmente incontrata e così diversa da come immaginata, scoperta.


Per i tuoi colori, pochi e sbiaditi dal tempo; per le tue strade ripide, disorientanti e multiformi.


Per il tuo vento, quello che il Tago trasporta dall’oceano con i colori del tramonto, gli odori del mangiare, pesce e dolci, cibi primordiali.


Saluto la colonia di gatti del Castello, tutti immobili ad ammirare il tuo sole; riascolto la gente parlare quella lingua dolce e severa insieme, così vicina alla lingua della mia terra; canto ancora le melodie del fado e ricordo il mio amore perduto; bevo il tuo vino fino a non poterne più…


Riprendo il tram 28 e mi inerpico tra le strade e guardo la terra, il fiume oceano ed i pescatori stanchi… in cerca di riposo.


Mi hai mostrato l’umiltà della vita, la gioia del tuo vivere semplice, la bellezza della povertà quando c’è comunione.


Obrigada, muito obrigada, Señora.

venerdì 21 novembre 2008

A mio padre...

folglie


Vendemmia pugliese, 1975


 


I sogni di quella guerra ormai lontana nei quali Vito si ritrova tutte le notti spossano la sua anima e il suo corpo. Poi, alla mattina, tutto si acquieta lasciando spazio alla realtà, al pensiero per i suoi figli così amaramente amati. Quest’anno l’uva da tavola, spedita in alta Italia e al mercato generale di Napoli, ha reso tanto e Vito è soddisfatto.


I caldi giorni estivi sono passati e adesso non resta che vendemmiare i piccoli dolcissimi grappoli lasciati sulla vite.  Li chiamano i racioppi.


Lo zucchero caldo che scende sulle braccia durante la loro raccolta è un piatto prelibato per le api e non lascia requie perché a fine giornata le braccia sono consumate dal continuo sfregamento nel tentativo di scacciare inutilmente gli sgraditi ospiti a pranzo!


“Bene - pensa Vito - anche quest’anno dovrò mettere su una squadra composta dai miei figli e dai miei nipoti; dovrò anche contattare la cantina sociale per vendere i sei o sette quintali di uva da vino e dopo finalmente avrò finito la campagna”.


Dal mare in lontananza una brezza leggera e profumata e, in ginocchio tra le viti, fumando la sua “ultima sigaretta”, Vito pensa a come dovrà investire i soldi guadagnati e soprattutto se ce la farà a sopportare un nuovo anno di lavoro.


È sempre preoccupato per la sua salute, a volte esagera preoccupando tutti ma è stata quella maledetta guerra, finita ormai da trenta anni, a togliergli la gioia di vivere!


“Questa vite di menavacca* tra due anni dovrà essere spiantata perché ormai troppo vecchia”, continua a pensare.


“E poi dovrò aspettare che il terreno si riposi un po’ per almeno un anno. Vorrei tanto piantare l’uva Italia questa volta…”, inevitabilmente pensa a come farà ad affrontare il naturale calo di guadagno ma le giornate da bracciante nei terreni non suoi ci sono sempre e così si tirerà avanti.


“I ragazzi non devono essere toccati, è importante più della mia vita che possano continuare gli studi perché un giorno non debbano più dipendere dalla terra, dal duro lavoro della campagna”…


… il caldo è insopportabile sotto questa vite ma le cicale accarezzano le orecchie col loro canto insistente; gli steli prosciugati delle foglie si staccano dalla piante e, cadendo, si esibiscono insieme in un ballo piroettato verso terra.


I colori delle foglie, verde, rosso e marrone, formano un arcobaleno, un saluto all’anno di raccolta ormai al termine.


Ancora un’altra sigaretta in ginocchio, un ulteriore calcolo di quanto guadagnerà dalla vendemmia ma Vito continua a voler rimanere lì, gongolato dalla brezza del mare e dal fruscio delle foglie.


“È ora di pranzo, Maria starà già aspettando ed i ragazzi saranno tornati da scuola, come al solito affamati”.


Sulla strada le ultime macchine dei confinanti si dirigono in paese e così decide di alzarsi; si pulisce il pantalone sul ginocchio e con veloci sprofondamenti nel terreno arido si dirige verso la macchina, la millecento che prima o poi dovrà decidersi a cambiare.


La piccola dei suoi figli lo prende sempre in giro: “Guarda, papà, inizia a crescere l’erba in macchina se non ti sbrighi a togliere tutta questa terra”.


“Ah – pensa Vito - se riuscissi a raccontarti come è stato difficile per me da piccolo andare in campagna con u traiein** ed il mulo. Solo alcuni potevano permettersi il cavallo!


La mattina mi svegliavo alle tre; pulivo il mulo, lo uscivo dallo iuso***, lo legavo a u traiein e finalmente, con i tuoi zii e tuo nonno, si partiva.


Il viaggio era lento e placido e tra una buca ed un’altra, sulla strada pietrosa, riuscivo a chiudere gli occhi facendo finta di essere ancora a letto. E ci riuscivo perché il sole non era ancora spuntato ed il buio conciliava la dormita passeggera”.


 


* Menavacca: Uva Regina, dai grappoli bianchi allungati. Letteralmente mena vacca sta per capezzolo di mucca.


** Traiein: il barroccio. Era costruito con legno di quercia. Carro agricolo con pianale montato su due grandi ruote trainate da un mulo o un cavallo.


*** Iuso: sottointerrato della casa adibito a stalla.



Agata Santamaria

lunedì 15 settembre 2008

La luce che cura

la luce che cura / copertina




Durante uno dei miei viaggi radiofonici ho conosciuto Fabio Marchesi.


È stato un incontro-illuminazione e quando ho letto il suo testo “La fisica dell’anima”, è stato bello condividere con lui alcune intuizioni che da tempo vado maturando e sembratemi a tratti inconfessabili.


È stato così gentile nel concedermi un’intervista di presentazione del suo lavoro: “La luce che cura”, edizione Tecniche Nuove.


Fabio Marchesi è un ingegnere informatico che ha iniziato la sua attività di ricercatore come studioso di sistemi di analisi della composizione corporea. Scienziato e ricercatore ortomolecolare, è membro dell’AIMO, della New York Academy of Science, dell’American Association for the Advancement of Sciences.




marchesi fabioLa Luce che cura

Gli effetti degli ultravioletti sul benessere psicofisico


 


“La luce che cura” fa subito pensare al sole.


È ormai da tempo che si sente parlare male del sole o, meglio, degli effetti nocivi che avrebbe sull’uomo. In particolare, a partire dagli anni Sessanta, ricerche scientifiche hanno demonizzato l’azione degli ultravioletti. Il mio lavoro vuole sconvolgere questo dato dimostrando, con ricerche, statistiche e documentazioni scientifiche rigorose, gli effetti positivi della luce del sole ed ultravio-letta sia sulla fisiologia che sull’emotività umana.


Perché dunque la medicina continua a sostenere questa teoria?


Sin da quando, nel 1938, la medicina ha scoperto la penicillina, le ditte farmaceutiche, oggi tutte società multinazionali, hanno scoperto nelle cure di tipo farmacologico un enorme business. Se oggi in farmacia si indagasse sui farmaci e il loro consumo, si scoprirebbe che, su 100 di essi, solo una minima parte può essere ritenuta realmente utile e necessaria al benessere umano, mentre i rimanenti o creano più complicazioni dei mali che curano, rimandandoli solo nel tempo, o vengono consumati in maniera comunque eccessiva.


Ma allora come si spiega che le aspettative di vita negli ultimi decenni sono aumentate grazie ai rimedi della medicina moderna?


Le aspettative di vita saranno aumentate, ma non di certo la qualità della vita. Platone 2400 anni fa è vissuto fino a cento anni senza farmaci, così come molti altri; se la medicina fosse realmente una scienza fondata sulla ricerca della verità, oggi si vivrebbe in salute duecento anni.


Possiamo ritenere che i rimedi farmaceutici stiano indebolendo l’organismo umano?


Sembra che la “nuova scienza”, cioè quella legata alla ricerca del massimo profitto, abbia sostituito la scienza fondata sulla ricerca della verità; l’obiettivo non è quello di fare scoperte per avere una popolazione sana, è divenuto piuttosto quello di creare una popolazione grande consumatrice di farmaci, che non può certo essere sana. L’industria della chimica è estremamente potente, non è presente solo nella farmacologia, ma in ogni cosa venga prodotta dall’uomo. Le stesse multinazionali da una parte producono le sostanze intossicanti, ossidanti e cancerogene che vengono utilizzate nell’alimentazione, nella cosmesi, nell’agricoltura, dall’altra producono altre sostanze chimiche che vengono consumate per cercare di evitare gli effetti negativi delle prime. Un circolo vizioso che ha portato le popolazioni ad essere sempre più deboli ed ammalate e le multinazionali ad arricchirsi. Tutto ciò che potrebbe interrompere questo gioco, come la conoscenza da parte delle popolazioni degli effetti terapeutici della luce solare e dei raggi ultravioletti, è stato e viene “combattuto” con apposite ricerche pseudoscientifiche atte a far credere che tali effetti siano nocivi. Sono riusciti nel loro intento. Oggi si vive in grave carenza di esposizione alla luce solare ed ultravioletta: gli UV sono stati banditi dall’illuminazione artificiale. Dalle finestre e dagli occhiali da sole e da vista non passano; quando ci si espone al sole tutti sono stati “educati” a mettere creme solari con filtri chimici cancerogeni ed intossicanti. Il risultato è una popolazione con grossi problemi: disturbi emozionali, disturbi del sonno, eccesso di peso, eccesso nel consumo di farmaci, deficienze nel sistema immunitario. Nessuno sospetta la potenza ed efficacia terapeutica della luce solare e dei raggi ultravioletti, che non sono brevettabili e sono gratuiti. Nel mio libro spiego semplicemente come riappropriarsi della salute attraverso la luce.


Quali ricerche hanno dimostrato gli effetti positivi dei raggi ultravioletti?


Centinaia di studi, molti dei quali pubblicati su riviste scientifiche prestigiosissime. Finsen nel 1903 ottenne il premio Nobel per aver scoperto nella luce ultravioletta la terapia più efficace contro la tubercolosi. Decine di studi sono stati condotti ad esempio in scuole elementari; in una di esse sono stati confrontati gli effetti su centinaia di bambini esposti ad illuminazione di lampade ad ampio spettro con ultravioletti, rispetto a quelli esposti ad illuminazione tradizionale con lampade al neon. I risultati sono stati sconvolgenti: nelle aule illuminate con luce simile a quella del sole si sono registrate meno carie dentali, un terzo delle assenze per malattia, migliore rendimento scolastico, minori comportamenti aggressivi, migliore crescita e sviluppo. Di esempi simili a questo ve ne sono a centinaia, ma nessuno li conosce.


la nascita della rosa


       Foto: http://www.miorelli.net/frattali/arte.html




Ma perché allora si continua a sostenere che i raggi ultravioletti fanno male?


Per ignoranza e per convenienza. Gli ultravioletti fanno male solo alle farmacie. Fanno male quando dalla situazione di grave carenza, ormai abituale, si espone bruscamente a grandi dosaggi un organismo malnutrito ed ossidato. In realtà non solo fanno bene, sono indispensabili al corretto funzionamento dell’organismo umano. L’ipercolesterolemia e l’osteoporosi, tanto per fare due esempi, producono vittime, disagi e fatturati altissimi e sono perlopiù solo l’effetto della carenza di esposizione ai raggi ultravioletti. Ancora, negli ultimi 35 anni si è registrata una diminuzione del 60% nell’ormone maschile, il testosterone, che viene prodotto dall’organismo (come la vitamina D) quando è esposto alla luce ultravioletta, consumando il colesterolo.


La luce gioca quindi un ruolo cruciale nel nostro benessere?


Sono solo dati di fatto incontestabili che sono stati tenuti nascosti alle popolazioni mediche e alle masse per pura convenienza. È stato addirittura scoperto, con uno studio condotto su mezzo milione di persone, che più luce del sole riceve la madre negli ultimi tre mesi di gravidanza e più ne riceve il neonato nei primi tre mesi di vita, maggiore sarà la sua altezza da adulto. Il sole stimola tra le altre cose la produzione dell’ormone della crescita.


Cosa ne pensa della relazione che la medicina dichiara esserci tra l’insorgenza dei tumori, in particolare dei melanomi, e l’esposizione al sole?


Niente di più falso e mistificato. Se si analizza la distribuzione geografica dell’incidenza di tumori - non solo della pelle -, si scopre che sono tanto più frequenti quanto più le aree geografiche sono distanti dall’equatore: meno sole = più tumori. Fanno eccezione solo le aree dove vengono utilizzate in modo esasperato creme con filtri solari che sono cancerogeni. La falsa paura dei tumori della pelle ha però incrementato il fatturato delle multinazionali della chimica attraverso le creme protettive.


Quali consigli può dare per sottoporsi all’esposizione solare senza subire danni?


La natura ci ha fornito di validi protettori: tutti gli alimenti prodotti dalla natura con la luce del sole, nonché frutta e verdura, che sono ricchi di vitamina A, E, C e selenio, aiutano l’organismo a gestire alti dosaggi di luce solare.


Assumendo 300 grammi al giorno di pomodori maturati al sole si ha, grazie al licopene in esso contenuto, una protezione equivalente ad un fattore 4. Quello che va evitato sono le variazioni brusche: se si offrisse ad un bambino africano denutrito un pasto con primo, secondo, contorno, formaggio, dolce e frutta, è ovvio, si sentirebbe malissimo. Oggi è come se tanti individui denutriti volessero farsi grandi abbuffate. Bisogna esporsi per gradi, proteggendosi non con sostanze chimiche ma con cappelli, magliette ed ombrelloni fino a quando non si è gia abbastanza abbronzati da poter stare tranquillamente al sole. Il problema non è l’estate, il problema è che l’organismo ha bisogno della luce del sole quotidianamente, almeno un’ora al giorno, tutto l’anno.


A cura di Agata Santamaria


 




Il Progetto BIODREAM


Marchesi ha brevettato nel 1994 il sistema INFRAFIT, per il dimagramento basato sull’impiego dei raggi infrarossi (oggi è presente in oltre 200 centri in Italia e all’estero), e nel 2000 il sistema Biodream per la disintossicazione, la cura della depressione e l’incremento di salute e vitalità. BioDream è un sistema combinato di luce-terapia, cromoterapia, ipertermia e terapia informazionale. Sono circa 20 i centri in Italia che oggi propongono trattamenti con


questa apparecchiatura, oltre a due cliniche all’estero.


 


  Leggi l’intervista pubblicata su RAM


http://www.fabiomarchesi.com/articoli_e_recensioni.html


 


  Visita il sito


http://www.fabiomarchesi.com


http://win.luceonline.it/articoli/categoria2/lalucechecura.htm

venerdì 12 settembre 2008

La velocità della luce

la velocità della luceLa velocità della luce


di Javier Cercas


Ugo Guanda Edizioni, Parma, 2005


 


Credete voi agli incontri capaci di insegnarci cose che torneranno utili a distanza di tempo e di spazio?


“La velocità della luce” di Javier Cercas svela questo mistero.


 


 


                 L’aspirante scrittore catalano, il cui nome resta sconosciuto lungo tutto il romanzo, ha delle forti similitudini biografiche con lo stesso Cercas. Anche lui inizia a lavorare nel mondo dell’editoria, anche lui si trasferisce in una Università dell’Illinois per insegnare letteratura spagnola. Qui incontra Rodney Falk, un reduce della guerra in Vietnam, esperto conoscitore di letteratura ma allo stesso tempo uomo schivo e profondamente solo.


Il giovane catalano si lascia coinvolgere dal mistero di Rodney e, a seguito della sua scomparsa, lo cerca invano. Attraverso i ricordi del padre e le lettere scritte dalla guerra che il padre di Rodney gli regala, conosce i perché dell’inquietudine del suo amico, scopre l’orrore della guerra.


 


“… ma Rodney non ci mise molto a capire che l’azione combinata di Vietnam e vita militare gli aveva tolto complessità, e questo, che considerava come una sorta di mutilazione della propria personalità, in fondo all’animo gli procurava un certo sollievo: la condizione di soldato annullava il suo margine di autonomia personale, ma quel divieto di decidere per se stesso, quell’essere sottomesso alla stretta gerarchia militare, umiliante e degradante com’era, agiva al tempo stesso da anestetico che generava in lui una contentezza sconosciuta, abietta ma reale, perché in quel modo scoprì sulla propria pelle che la libertà è più ricca della schiavitù, ma anche più dolorosa, e per lo meno lì, in Vietnam, ciò che meno desiderava era soffrire”.


 


Ma l’orrore non appartiene solo ai campi di battaglia: è questo il vero filo conduttore del romanzo. La società della pace apparente produce mostri e tra questi la voglia di successo da cui sarà travolto lo stesso giovane catalano a distanza di anni. Diventato scrittore famoso, in nome della celebrità perde di vista se stesso cercando soddisfazioni personali sempre più superficiali e soprattutto, trascurando sua moglie e di suo figlio, diventa complice della loro stessa morte.


Rimasto solo come Rodney, faccia a faccia con i propri demoni, il giovane protagonista sente che l’unico possibile riscatto è ritrovare l’amico per scoprire da quale colpa, da quale ricordo preciso stia fuggendo; ma anche per non lasciare che tutto sia stato inutile, che tanto dolore finisca ingoiato dall’oblio...


 


“… Allora capii di colpo quello che non ero stato in grado di capire quella notte di tanti anni addietro, e cioè che se io avevo lasciato la festa ed ero andato dietro a Rodney era stato perché guardandolo alla finestra avevo intuito che era l’uomo più solo del mondo e che, per qualche indubbio motivo che tuttavia non era alla mia portata, io ero l’unica persona che potesse fargli compagnia, e capii anche che, in quella notte di tanti anno dopo, la situazione si era invertita. Adesso anch’io ero responsabile della morte di una donna e di un bambino (o comunque mi sentivo responsabile della morte di una donna e di un bambino), adesso ero io l’uomo più solo del mondo, un animale perso in mezzo a un branco di animali di un’altra specie, e adesso era Rodney, e forse soltanto Rodney, che poteva farmi compagnia, perché lui aveva percorso molto tempo prima e per molto più tempo di me lo stesso tunnel di orrore e rimorsi…”


Ma quando arriva a Rantoul per incontrare Rodney…



 



cercas


9 Intervista di Elisabetta Menetti a Javier Cercas


I ritagli della storia e la memoria dei romanzi


http://www.griseldaonline.it/percorsi/6cercas_it.htm


?Articolo – Curiosità di Javier Cercas


 http://www.emigratisardi.com/Chi-manovra-i-microchip-del.html?debut_articles_rubrique=45


Agata Santamaria